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Tonfi e trionfi del Partito-Regime lucano.

Partito Regimedi ANTONIO RIBBA – Come non considerare un trionfo il risultato di Marcello Pittella e del centrosinistra alle regionali del 17 e 18 novembre scorso, visto il consenso misurato nel 60% dei voti espressi? Al contempo, come non considerare un tonfo il medesimo risultato, visto che Pittella e la sua coalizione hanno ottenuto poco meno di 149.000 voti, rispetto ai 203.000 di De Filippo nel 2010 e rispetto ai 237.000, sempre di De Filippo, nel 2005? Cioè, e per rimanere solo agli ultimi 8 anni, si sono volatilizzati quasi 90.000 voti per il centrosinistra.

Naturalmente, non è che sia andata molto meglio per l’opposizione. Infatti, mentre il centrosinistra perde 44.000 voti nel confronto con il 2010, l’insieme delle forze rilevanti d’opposizione (cioè l’insieme delle forze entrate oggi in Consiglio regionale e raffrontate all’insieme delle forze di opposizione di 3 anni fa) perde quasi 30.000 voti. Insomma, ci sono circa 80.000 elettori lucani, su una popolazione totale inferiore a 600.000, che nel giro di 3 anni hanno deciso di passare nelle file dell’astensione.

Gli osservatori più preparati e terzomondisti notano che il trend del non voto è in atto da decenni in Italia e che, inoltre, riguarda tutte le democrazie del mondo. È indubbiamente vero che la tendenza è mondiale ed accomuna le migliori democrazie. Il che è, per certi aspetti, un sollievo, perché se la Basilicata fosse la Bulgaria dei tempi di Breznev, non solo avremmo uno strepitoso consenso per il Partito-Regime ma osserveremmo anche una partecipazione al voto del 90%: troppo pericoloso sfidare il regime con l’astensione!

Invece, l’altra tesi, ovvero che la forte astensione del 2013 sia frutto prevalentemente del trend di lungo periodo di caduta della partecipazione al voto, si scontra con il crollo troppo repentino avvenuto nel giro di pochissimi anni. Ciò per quanto, va pure detto, la teoria dei trend stocastici non giustifichi del tutto una ipotesi di completa regolarità!

Comunque sia, il fatto è che il Presidente della Regione Basilicata viene oggi eletto con la quantità di voti sufficiente ad eleggere il sindaco di una città media italiana. Fino a quando può reggere la regione questa inesorabile tendenza all’impoverimento?

Il lettore smaliziato avrà notato che il contenuto di questa prima parte del post è in apparente contrasto con la tesi brutale dell’esistenza di un regime in Basilicata, sottesa nel titolo. Ammetto l’esagerazione. Non senza però aver sottolineato che, in fondo, lo stesso Pittella ha impostato la sua campagna elettorale sulla chiamata alle armi degli elettori per promuovere una “rivoluzione democratica”. Dunque, qualche muro da abbattere è possibile che ci fosse anche qui.

Del resto, è tipico dei regimi attribuire grande importanza al controllo, o almeno all’influenza, dei mezzi di comunicazione. Certo, nel confronto, Vito De Filippo è davvero un leader d’altri tempi, senza cioè il moderno vigore e l’efficacia comunicativa di Marcello Pittella. Non a caso, il primo ha sempre perseguito un controllo felpato e semi-diretto dell’informazione circondandosi, come è noto, di buoni giornalisti locali d’assalto e mostrando grande attenzione per altre notevoli professionalità non direttamente inserite nel suo staff, mentre il secondo ha orchestrato una campagna elettorale con l’utilizzo professionale di uno staff addetto alla comunicazione e con l’abile sfruttamento delle opportunità di contatto diretto con i cittadini offerto dai social network.

Diciamo che il sospetto che si possa passare da un vecchio ad un nuovo regime (di comunicazione) è alimentato dal fatto che Pittella ha già annunciato come urgente e prioritario nell’agenda di governo un intervento a favore dell’editoria e dell’informazione. Ora, per quanto sia innegabile l’importanza di una iniziativa di tal genere, penso che a nessun lucano di buon senso sarebbe mai venuto in mente di porre in cima alla lista delle priorità questo intervento.

Peraltro, appena un passo indietro in ordine di priorità, sempre secondo Pittella, è una riforma legislativa del sistema di voto che favorisca una più equilibrata rappresentanza di genere in Consiglio regionale. Annuncio obbligato, dopo la barbina figura nazionale di zero donne in Consiglio per la seconda legislatura consecutiva. Notato che l’innovatore e rivoluzionario democratico Pittella avrebbe potuto comunque inserire due donne nella testa del listino per garantirne l’elezione, precisiamo che la modalità annunciata per correggere in futuro questa distorsione maschilista consiste nella doppia preferenza di genere.

E mi potrei fermare anche qui. Infatti, credo che questa fissazione per giornali e comunicazione da parte del potere, congiunta all’idea che il contar preferenze sia la più alta forma di democrazia, costituisca la prova del nove che la Basilicata è destinata a rimanere imprigionata nel suo modello di sottosviluppo politico, economico e culturale. Cioè che, in ultima analisi, essa continuerà a muoversi su un sentiero di estinzione.

Però non mi fermo qui e faccio, invece, un’ultima osservazione. È stata grande l’indignazione dei dirigenti del Pd per i fischi ad Adduce, a Pittella ed a Epifani in conclusione di campagna elettorale a Matera. Piazze piene (e contestatarie) urne vuote, è stato detto autorevolmente (si fa per dire). È una vera nemesi il fatto che questa espressione abbia riguardato in passato il PCI e le altre forze di opposizione, aggressive e numerose nelle piazze ma regolarmente sconfitte nelle urne dalla incrollabile, almeno per qualche decennio, Democrazia cristiana. E proprio in gioventù, a Matera, fui testimone di una dura contestazione a Colombo da parte di giovani e facinorosi simpatizzanti del PCI (“ladri, andate a casa”, più o meno letteralmente). Entusiasmo alle stelle tra quei giovani, con forte autostima per l’impresa realizzata, ma di lì a qualche giorno solita maggioranza assoluta nelle urne per la DC.

Esattamente come fu per la DC, il cui ceto politico era vituperato e, non di rado, disprezzato, così oggi il ceto politico del Pd non gode di reputazione particolarmente elevata tra i cittadini ma vince sempre a mani basse le elezioni, avendo costruito un blocco di potere granitico grazie all’esteso settore pubblico protetto e grazie all’accorta distribuzione discrezionale delle risorse pubbliche. Così come la lotta senza quartiere tra capi-corrente per le preferenze fu sempre un altro connotato fondamentale di quel partito. Mi pare, quindi, che abbia un serio fondamento la tesi che il Partito democratico, nella sua essenza profonda, sia il più genuino erede della Democrazia Cristiana lucana. Lascio volentieri all’Onorevole Folino la valutazione se si sia ereditato il meglio o piuttosto il peggio di quella gloriosa tradizione.

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