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Profilo politico-psicologico del ceto politico lucano

Da sinistra: Lacorazza, Folino, Pittella e De Filippo

Da sinistra: Lacorazza, Folino, Pittella e De Filippo

DI ANTONIO RIBBASinceramente sotto Natale, data anche l’indigestione elettorale, manca l’ispirazione per (più o meno) complicate analisi politiche sulla situazione lucana.

Quindi, in questo post pre-vacanze, ho deciso di scrivere, così per divertimento, alcuni brevi profili politico-psicologici relativi a personaggi di primo piano del Partito democratico e, dunque, della regione.

Da non prendere troppo sul serio. Ma nemmeno troppo sottogamba.

Il “Gladiatore”, discendente da famiglia di “Gladiatori”.

Forse quello di Marcello Pittella è il caso psicologico più interessante. A me è capitato spesso di chiedermi nei mesi recenti se il “Gladiatore”, come lo ha definito ammirata Lucia Serino, ci fosse o ci facesse. Ho pensato che ci vuole davvero un grande coraggio nel presentarsi, rampollo di un’antica e venerata dinastia feudale lucana, come l’uomo della rivoluzione democratica e della rottamazione del vecchio ceto politico. Eppure, questo messaggio è passato tra gli elettori, almeno in parte, consentendogli una doppia vittoria, alle primarie e poi alle regionali. Dunque, sarei portato a concludere che Marcello Pittella, come in fondo il suo illustre fratello maggiore Gianni, in parte ci è e in parte ci fa. Si tratta, cioè, di politici avvinghiati con le unghie al potere e alle poltrone ma che, tuttavia, nei loro intimi, o pubblici, deliri si sono anche autoconvinti di essere investiti di una missione di rinnovamento della Basilicata e, addirittura, del Mezzogiorno. Questa componente di sincerità deve essere per forza presente nell’uomo politico che smuove le folle (seppur nel ridotto della Basilicata), altrimenti non sarebbe possibile esercitare quel carisma che, mi pare indubbio, sia presente nel personaggio. Certo, la prova del governo, per personaggi dal carattere così intrinsecamente contraddittorio, potrebbe rivelarsi fatale. Mi pare, infatti, di vedere una certa assonanza con altri leader politici capaci di stabilire un rapporto diretto, non mediato, con gli elettori nonché dotati di una notevole capacità di condurre coinvolgenti campagne elettorali basate su semplici (e spesso inverosimili agli occhi dell’elettore più razionale) slogan. Alla prova dei fatti, spesso costoro hanno fallito miseramente. La ragione è che, purtroppo, la vita politica non è una campagna elettorale permanente.

Piero Lacorazza, il semi-rottamatore funzionario di partito.

Scrivendo di Lacorazza quale “funzionario di partito” non intendo certo sminuirne il ruolo. In gioventù anche io fui sul punto di diventarlo e nella tradizione del Partito Comunista il funzionario è un intellettuale con compiti di direzione politica, selezionato, cioè cooptato nei ruoli dirigenti, con grande rigore e selettività. Per dire, Napolitano e Berlinguer rientrano nella professione. Il problema è che Piero avverte, e trasmette pure all’esterno, tutto il peso psicologico di questo ruolo un po’ fuori dallo spirito del tempo. Avendo iniziato a far politica in fasce, non si è ancora laureato. E in fondo non è detto che la cosa interessi più di tanto agli elettori. Ma egli ci tiene a far sapere nelle sue linee biografiche di essere iscritto al corso di laurea in Economia aziendale e di aver già sostenuto diversi esami del primo biennio, puntualmente elencati. Finisce per trasmettere, dunque, una sua personale sofferenza psicologica per il fatto di non essere ancora il Dott. Lacorazza. Peraltro, si tratta di sofferenza diffusa nel ceto politico lucano, dove non pochi personaggi di rilievo pare abbiano conseguito il titolo in tarda età, iscrivendosi alle moderne scuole Radio Elettra. In effetti, una certa incompiutezza di Lacorazza l’avevamo notata lo scorso anno, quando con Donato Mola realizzammo un’intervista-editoriale con il Presidente della provincia di Potenza, etichettandolo un po’ scherzosamente come il “Semi-Rottamatore”. In sostanza, pur emergendo, a dispetto della giovane età, una notevole preparazione ed esperienza politica, mancava tuttavia una linea chiara ed univoca nel dilemma continuità-innovazione politica e generazionale nel Pd e nel centrosinistra. Si potrebbe dire che il sogno di Piero, negli ultimi anni, sia sempre stato quello di uccidere il suo Papà politico ma che, un po’ per mancanza di coraggio, un po’ per convenienza e un po’ per incapacità, egli abbia finito sempre per accodarsi alle strategie del Papà. Ciò gli ha indubbiamente portato grandi vantaggi e, inevitabilmente, anche qualche problema. Ora vedremo come, alla prova del governo regionale, si svilupperà il nuovo dualismo Pittella-Lacorazza. Va sempre ricordato che in politica i dualismi non dipendono quasi mai dalle differenze caratteriali, che perfino marito e moglie possono avere personalità conflittuali, ma dai contrasti degli interessi politici ed economici, magari romanticamente anche delle aspirazioni sociali, che si sceglie di rappresentare.

Vito De Filippo, il moderno campione dell’antica scuola democristiana

La moderazione è una intrinseca virtù democristiana. Insieme alla dissimulazione ed accanto alla intima convinzione che la politica o è potere o altrimenti non è. Il vero e saggio democristiano segue la morale della scuola gesuitica, contenuta nel famoso detto: saepe nega, concede parum, distingue frequenter! De Filippo incarna bene queste doti (o difetti, a seconda del proprio personale gusto). In questo senso egli è il più antico tra i democristiani di Basilicata e, forse, è anche il miglior erede di quella solida, competente tradizione di governo. Per verifica di questa affermazione invito a leggere il titolo, tratto nel bene e nel male dalla migliore archeologia politica, con cui l’attuale segretario regionale del Pd ha titolato la direzione di lunedì prossimo. In effetti, non è nemmeno un caso che egli si intenda bene con il più doroteo, ma forse anche il più profondo, politico della tradizione comunista del Pd, Antonio Luongo, mentre non abbia mai sopportato, amabilmente ricambiato, l’ex comunista atipico Vincenzo Folino. Con l’antica scuola democristiana, De Filippo condivide pure l’inclinazione alla presenza semi-eterna in politica: sempre nella logica della dissimulazione, in pubblico si è di recente dichiarato pronto a tornare agli studi filosofici (ma ci si potrebbe anche chiedere quando li abbia praticati se è da oltre 30anni attivamente impegnato in politica!) mentre di fatto vive con angoscia questa fase di transizione, un po’ sospeso nel vuoto, con l’incarico di Presidente della regione ormai esaurito ed in attesa lunga di un incarico di governo tanto evocato (o invocato) quanto nebuloso. Io, peraltro, so già come De Filippo commenterebbe questo profilo, che lo ritrae come uomo psicologicamente attratto dal potere ed incapace di distaccarsene. Egli mi direbbe: vai a guardare nel tuo orto ex comunista e lì troverai esempi di attaccamento al potere da far impallidire noi ex democristiani! Ed io so già che gli risponderei: come darti torto?

L’altro grande enigma della politica lucana: Vincenzo Folino

Attualmente, il principale enigma della politica lucana è rappresentato da Marcello Pittella ma subito dopo, a ruota, segue Vincenzo Folino. Nel senso che sentendolo parlare o leggendo i suoi interventi pubblici, anche per Folino scatta inevitabile il quesito: ci è o ci fa? Agisce da spietato capo-corrente ed al contempo ragiona da filosofo illuminato. È forse perfino più insoddisfatto di me riguardo alla situazione lucana, eppure è da 20 anni un dirigente politico di primissimo piano, che nella pratica gestione del potere non ha avuto nulla da invidiare, in quanto a promozione e protezione di affiliati e seguaci, al ritenuto super-clientelare De Filippo. Ritengo che, proprio come nel caso di Pittella, ci sia un miscuglio di opportunismo e di passione anche nella personalità di Folino. Suppongo che egli si veda come un sincero riformatore però frenato dalle circostanze ed inoltre condizionato dal basso livello del ceto politico diffuso che lo circonda. In quanto a fiuto politico è un animale notevole e il non aver acquisito un rilievo nazionale maggiore è dovuto, probabilmente, in parte alla mancanza di una formazione intellettuale giovanile di maggior spessore ed in parte (credo la componente dominante) alla tendenza infaticabile ed ossessiva verso la tessitura locale di relazioni politico-personali. Tessitura dalla quale, ipotizzo, egli ritiene discenda la sua influenza ed il ruolo di primo piano nel Pd di Basilicata. La mia impressione è che Folino sia stato sempre consapevole della difficoltà della candidatura a governatore di Lacorazza e che, proprio per questo motivo, abbia cercato di allargare il campo delle alleanze e del consenso a parte della cosiddetta società civile. Cioè, lo schema sarebbe dovuto essere quello dell’elezione sul filo di lana di Speranza alla segreteria regionale, attraverso la cooptazione nell’area di esterni e critici alla Martorano. L’operazione stavolta non è riuscita sia perché, probabilmente, mancavano sul mercato politico i Martorano, sia perché il Gladiatore si è rivelato un osso più duro dei Restaino, degli Adduce e della variopinta corte di generali e colonnelli a sostegno.

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