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Perchè Montanelli abbandonò “Il Giornale”.

Montanelli e Berlusconi

Montanelli e Berlusconi (foto Olympia)

Ieri sera il Cavaliere nell’arena Servizio Pubblico, ha esibito le sue doti migliori. E lo ha fatto giocando con quelli che l’accolita della sinistra italiana ha sempre considerato i migliori due gladiatori televisivi: Michele Santoro e Marco Travaglio. Entrambi suoi ex dipendenti.

Nel corso della trasmissione sono state dette e fatte molte cose. La rete oggi è piena di analisi e commenti. Voglio solo isolare pochi fotogrammi della trasmissione televisiva andata in onda. Quelli in cui Silvio Berlusconi, raccontando la sua versione dei fatti su una vicenda di venti anni fa, dice che fu Marco Travaglio a farlo litigare con Indro Montanelli.

Non hanno aiutato il pubblico i due giornalisti presenti in studio. Santoro tra le risate del pubblico (e dello stesso Travaglio) si è limitato a dire che pensava fosse stato Berlusconi a “cacciare” Montanelli. Le cose andarono molto diversamente. Non fu Travaglio a far “litigare” il Cavaliere con Montanelli come afferma Berlusconi. Ma Montanelli non fu neanche cacciato come afferma Santoro.

La verità di Montanelli è scritta in diversi suoi articoli, che a furia di leggere ormai conosco a memoria, e in un asciutto editoriale. L’ultimo che pubblicò su “il Giornale” prima di rassegnare le dimissioni. Ho scelto questo, tra le sue tante pagine perchè lo scrisse proprio il 12 di gennaio. Curiosa coincidenza. 

«Giornale», addio!

Questo è l’ultimo articolo che compare a mia firma sul giornale da me fondato e diretto per vent’anni. Per vent’anni esso è stato – i miei compagni di lavoro possono testimoniarlo – la mia passione, il mio orgoglio, il mio tormento, la mia vita. Ma ciò che provo a lasciarlo riguarda solo me: i toni patetici non sono nelle mie corde e nulla mi riesce più insopportabile del piagnisteo.

Sento però di dovere una spiegazione ai lettori coi quali mi ero impegnato a restare al mio posto «finché morte sopravvenga», come dicevano i boia inglesi nell’annodare la corda al collo degl’impiccandi.

Sia chiara una cosa: nessuno mi ha scacciato.

Sono io che mi ritiro per una di quelle situazioni d’incompatibilità, di cui i lettori avranno preso atto dallo scambio di lettere, da noi pubblicate ieri, fra me e l’editore.

Di questo editore, ne ho conosciuti due. Uno è stato l’amico che mi venne incontro nel momento in cui tutti mi voltavano le spalle; che non si è mai avvalso di questo titolo di credito per limitare la mia indipendenza; che ha sempre mostrato nei miei riguardi un rispetto confinante e talvolta sconfinante nella deferenza (tutte cose che era superfluo da parte sua ricordarmi perché non ho mai perso occasione di farlo io stesso).

Eppoi ne ho conosciuto un altro: quello che, tramutatosi in capo-partito, ha cercato di ridurre il «Giornale» ad organo di questo partito suggerendogli non soltanto le posizioni da prendere – e sulle quali non c’erano in fondo grosse divergenze – , ma perfino il linguaggio da usare; e che, a lasciarlo fare, avrebbe finito per impormi anche la «divisa» del suo partito, il suo look.

Tralascio le rappresaglie contro la mia renitenza all’arruolamento, come gli attacchi dei suoi Grisi televisivi alla mia persona. Ma non posso sorvolare sull’ultima e più grave provocazione: la promessa alla redazione, alla mia redazione, di cospicui benefici se si fosse adeguata ai suoi gusti e desideri, cioè se si fosse ribellata a quelli miei.

A questo punto non avevo più scelta. O rassegnarmi a diventare il megafono di Berlusconi. O andarmene.

Me ne vado. Ma non senza avvertire i lettori che manterrò l’impegno preso con loro. Fra poche settimane essi riavranno il loro giornale, fatto dagli stessi uomini del «Giornale» , illustrato dalle stesse firme e nutrito delle stesse idee del «Giornale». Con qualche difetto – speriamo – in meno, ma una cosa in più, di cui l’esperienza mi ha dimostrato l’assoluta necessità: un assetto azionario che mi garantisca l’incondizionata indipendenza.

Anche i lettori potranno parteciparvi (e mi auguro che siano tanti), sia pure con quote piccole o minime.

Della nostra «linea» non abbiamo da cambiare una virgola. Nemmeno i nostri amici politici si facciano illusioni. Noi potremo appoggiare l’uno o l’altro a seconda che si schierino sulle nostre posizioni liberaldemocratiche, ma mai noi su quelle loro, e tantomeno a scatola chiusa. Nelle nostre pagine si respirerà, come sempre, il più grande rispetto per le Istituzioni, ma mai l’odore del Palazzo, da chiunque abitato. Quanto a Berlusconi, nessun rancore ci farà velo. Gli abbiamo detto – e confermiamo – che il suo massiccio e rumoroso intervento nell’arena elettorale non gioverà, secondo noi, né alla causa per la quale egli pensa di battersi, e di cui temiamo che frazionerà ancora di più le forze, né per i suoi propri interessi.

I fatti diranno se avevamo ragione o torto. Se avevamo torto, lo riconosceremo lealmente. Se avevamo ragione, fingeremo di essercene dimenticati.

A presto dunque, cari lettori. Anche a costo di ridurlo, per i primi numeri, a poche pagine, riavrete il nostro e vostro giornale. Si chiamerà «La Voce». In ricordo non di quella di Sinatra. Ma di quella del mio vecchio maestro – maestro soprattutto di libertà e indipendenza – Prezzolini.

Indro Montanelli
12 gennaio 1994

 

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